Emilio Vedova Palazzo Reale, Milano/Milan Ph: Marco Cappelletti

L’artista è stato un radicale innovatore negli anni ’60

 

Emilio Vedova è uno di quei rari artisti che sui social mette d’accordo tutti, pertanto non c’è alcun dubbio che la grande retrospettiva allestita a Palazzo Reale in occasione dei cento anni dalla nascita dell’artista, curata da Germano Celant, sarà un successo. Sarà interessante scoprire l’affluenza totale dall’inaugurazione alla chiusura fissata il 9 febbraio 2020. Troppo spesso le mostre sono singole occasioni in cui si cerca di riscoprire artisti più o meno noti, ma questo è uno di quei rari casi in cui la rassegna milanese è l’eco di quella appena conclusa a Venezia ai Magazzini del Sale, sede della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, intitolata “Emilio Vedova by Georg Baselitz”. L’allestimento mette a confronto anni ‘60 e anni ‘80, separati da una parete monumentale (5×30 m) e da un’illuminazione al neon che taglia diagonalmente la Sala delle Cariatidi. Sicuramente, fa da padrone la produzione degli anni’60. Periodo in cui l’Europa si sta ancora ricostruendo e tutti sono coinvolti nel raggiungimento dell’obiettivo comune. Anche l’arte dovrà fare la sua parte ma non può starsene relegata alla parete e pensare di cambiare le cose osservando tutti dall’alto con il suo sguardo letargico. Dovrà scendere dal piedistallo del don’t touch e sottrarsi alla collocazione dove si trova dal tempo delle icone e delle pale d’altare. Dovrà combattere al fianco di quei cavalieri rimasti disarcionati da valori inneggiati ma mai realizzati. Marino Marini esegue Cavallo e Cavaliere (1950) e Vedova realizza Sopraffazione (1961).

 

Sue le prime installazioni ante litteram a cavallo fra pittura e scultura: i plurimi fecero davvero la rivoluzione

 

Da quell’opera in poi nascono i Plurimi, non dipinti, non sculture. Con termini attuali li definiremo installazioni, all’epoca significa semplicemente ingranare due marce e imprimere all’arte contemporanea tutt’altra velocità. In seguito a quel gesto molti artisti durante il decennio abbandoneranno la comfort zone, da Donald Judd a Carl Andre, dalla Process Art alla Land Art. Nel 1963 Vedova aggiunge delle cerniere ai suoi plurimi e consente al pubblico di intervenire smontando e rimontando i pannelli dipinti: rappresentano il più alto grado di coinvolgimento artistico della pittura gestuale europea. “Vedova teatralizza il dipinto” dirà Achille Bonito Oliva, intendendo che l’arte può e deve essere uno degli scenari dove svolgere la battaglia del cambiamento. La frase è profetica se pensiamo che solamente 4 anni dopo, alla Biennale di Venezia del 1968, Vedova si schiera con gli studenti dell’accademia, nel ruolo di leader. Serve una grande prestazione curatoriale per riuscire a gestire tutta l’innovazione radicale di questo maestro del ‘900.

Cesare Orler

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