Quando il poeta scriveva per gli artisti

Aveva scelto di vivere a Begato, un quartiere popolare di Genova: Edoardo Sanguineti era a suo agio in un ambiente che lo depurava dagli obblighi e dalle consuetudini, una volta esauriti i suoi impegni di docente universitario. L’abitazione era interamente tappezzata di libri che incombevano sugli ospiti come una minaccia di possibile travolgimento. Solo rarissime isole di vuoto permettevano l’inserimento di qualche dipinto. La mia frequentazione era favorita dalla comune amicizia con Enrico Baj che ogni tanto gli inviava un’opera in cambio di un testo. E io ero il latore del dono. In una di queste occasioni, mentre cercava di sistemare il dipinto che gli avevo consegnato, mi accorsi della presenza su quella parete di due splendidi Achromes di Piero Manzoni. Gli chiesi il motivo, ma Sanguineti non aveva intenzione di rivelarmelo.

Fu la moglie Luciana a raccontarmi una curiosa storia. A partire dagli anni ‘50 a Sanguineti venivano chiesti, da alcuni artisti, scritti da inserire nei cataloghi delle esposizioni. E così era stato per Piero Manzoni che, il giorno dell’inaugurazione della mostra, aveva invitato nel suo studio milanese Sanguineti e la consorte. Su un tavolo erano sistemate in bella evidenza due candide composizioni realizzate con l’ovatta che l’artista offrì allo scrittore. Marito e moglie si guardarono sgomenti negli occhi: erano abituati a ricevere sperimentazioni d’avanguardia ma quelle opere superavano ogni loro immaginazione. Pertanto, nella fretta del commiato, decisero di dimenticarle. Ma invano: Manzoni si presentò qualche ora più tardi da loro e li “costrinse” ad accettarle. Col tempo quel duplice dono, forzatamente accolto, ha raggiunto valutazioni da capogiro.

Con Baj le cose andarono diversamente: tra di loro fiorì un’intesa straordinaria, tanto che Sanguineti entrò di diritto in diversi suoi “libri d’artista”. In cambio il letterato e poeta genovese gli chiese in una lettera del 1962: “Un mio romanzo, che si intitola “Capriccio italiano”, uscirà da Feltrinelli. Vuoi farne la copertina? Feltrinelli è già d’accordo, se tu accetti. Dovresti fare un ultracorpo usando due colori”. Chiesto e fatto, naturalmente. E ancora: vent’anni dopo, in occasione della rassegna “I grandi quadri” del maestro milanese al Palazzo della Ragione di Mantova, Sanguineti comporrà, leggerà e distribuirà in foglietti multicolori, alla stregua dei “pianeti della fortuna”, un “Alfabeto apocalittico”, scandito in ottave.

Qualche esempio? La “a”: “anime amiche all’aspro astro afroditico,/abnepoti dell’albero adamitico,/audite le mie antifone acide & ascetiche ecc.”; la “b”: “balza bolsa la bestia babillonica,/bruto bruco di bubbola bubbonica:/ blocca le bocche alle bambe bambine etc.”. E così via fino alla “z”.  Invece incontrerà ardue difficoltà espositive l’allegoria del malgoverno descritta in immagini da Baj e cantata da Sanguineti in “Malebolge 1994/1995”.

Doveva venir ospitata a Siena nel dicembre del 1994 in quel Palazzo Pubblico che conserva gli affreschi del “Buon governo” realizzati da Ambrogio Lorenzetti tra il 1338 e il 1340. Ma le istituzioni comunali avevano preferito spostarla nel seppur splendido Palazzo Patrizi, l’antica sede dell’Accademia degli Intronati. E l’inaugurazione si era svolta nella semi clandestinità e senza presenze ufficiali. D’altra parte Baj e Sanguineti non erano soggetti che scendevano a compromessi nel dichiarare le loro idee. E così era successo anche in tale circostanza.

Luciano Caprile

è nato a Genova e vive a Pegli con uno sguardo ai monti e uno al mare dal cui contrasto nasce l’ispirazione. Si occupa d’arte contemporanea da più di quarant’anni avendo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare importanti artisti come Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro e Fernando Botero, tanto per citarne alcuni, cercando di indagare l’intima motivazione del loro gesto creativo da riversare nei testi di presentazione di mostre in spazi pubblici e privati italiani e stranieri. L’incontro con “Arte in” è avvenuto nel 1993 in occasione di una copertina dedicata a Ugo Nespolo. E da quel momento non ci siamo più lasciati.

Related Post