1968 - l'anniversario passato in sordina
Lorella Pagnucco Salvemini, Direttore Responsabile di ARTEiNWorld

EDITORIALE  · EDITORIAL [LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI]

QUEL SOGNO DI LIBERTÀ

Ed eccoci nel 2019, assorti nelle consuete riflessioni di inizio anno: che cosa salvare, che cosa buttare del precedente. Per esempio, nel 2018 eravamo a cinquant’anni dalle rivoluzioni del ‘68 e la ricorrenza è passata pressoché in sordina. Nulle o quasi le celebrazioni, pochi e sottotono i dibattiti, nessun abbozzo di bilancio. Sarà perché della storia importa poco alla maggior parte della gente. O, forse, sono gli stessi protagonisti a preferire che le loro passate gesta cadano nell’oblio.

Ex contestatori, poi finiti in banca come cantava De Gregori, o in Parlamento, o a fare gli opinionisti liberal-chic in televisione, non si possono permettere di essere ricordati come rivoluzionari alle prese con picchetti, cortei, barricate, con “Il capitale” di Marx e il “Libretto rosso” di Mao infilati nelle tasche dell’eskimo.

Tuttavia, bisogna ammettere, c’era un che di puro in quella generazione di ribelli per ragioni ideologiche, che si illudeva di creare un mondo migliore che neppure è stato. Capelloni, hippy, figli dei fiori reclamavano l’amore libero. Le adolescenti accorciavano le gonne e scendevano in piazza a bruciare i reggiseni. Armate di pillola, facevano anch’esse la loro rivoluzione: sessuale. Sognavano la libertà, questi studenti, che durante le occupazioni suonavano alla chitarra motivi dei Beatles e dei Rolling Stones, fantasticavano su Woodstock e sull’isola di White, si battevano per il sei politico e contro la guerra in Vietnam, preparavano striscioni con la scritta “fantasia al potere” – declinazione sessantottina dell’“immaginazione al potere” di Breton. Volevano una società migliore rispetto a quella ereditata dai padri: avida, formalista, bigotta, ipocrita. E credevano di poterci arrivare facendo tabula rasa del passato.

Tutto ciò che era antico era nemico. I più creativi sfogavano la rabbia nello sperimentalismo letterario e cinematografico. La cultura da elitaria si faceva popolare. Fotoromanzi, fumetti e, in una comunità sempre più di massa, si passava dal prodotto in serie al dipinto in serie. Nelle case della famiglia media, entravano le grafiche. Negli States, Warhol trasferiva la serigrafia sulla tela. Ossessivamente, vi imprimeva le nuove icone del consumismo: lattine di Campbell’soup e di Coca-Cola, ma pure ritratti di Marilyn e Jacqueline. In fondo, anche la loro effige stereotipata era un bene di consumo: made in Hollywood o made in Washington.

Di qua dall’oceano, si coglieva la provocazione. Schifano furoreggiava, capostipite della pop nostrana. Intanto, Christo impacchettava monumenti e con ciò ne proclamava la negazione. Fluxus si affidava alla transitorietà del gesto per rivendicarne la priorità sull’opera. Panta rei. Spenti i bollori sessantottini, alla svolta del decennio, si capirà che non si sarebbe più potuto pretendere dall’arte l’eternità. Ci si sarebbe dovuti accontentare dell’effimero. C’è da dire, cinquant’anni dopo, nell’era di internet e dei social, che ci stiamo quasi riuscendo. Purtroppo.

Questo articolo fa parte del n. 1/2019 della rivista ARTEiNWorld, acquistabile nella versione digitale o cartacea.

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