di CARLO VANONI: È stato l’ultimo romantico, convinto che la creatività potesse curare la società occidentale

2Se c’è un artista che meglio di qualsiasi altro ha rappresentato l’estremo tentativo di ricollocare l’arte al centro della società, quello è stato Joseph Beuys. Nato a Krefeld nel 1921, ma cresciuto a Kleve – una delle zone con la più alta concentrazioni demografica d’Europa, zona di miniere, di ferro e di carbone – fin da giovane Beuys dimostrò interesse per la natura e le scienze naturali, scegliendo la facoltà di medicina come percorso universitario. Non fece neppure in tempo a cominciare, che la guerra lo arruolò nell’aeronautica. A bordo di un JU 87 precipitò in Crimea nell’inverno del 1943. Con lui c’era un altro soldato. Il soldato morì, lui fu salvato da un gruppo di tartari nomadi che lo curarono con rimedi tradizionali: grasso animale e feltro per riscaldare e trattenere il calore del suo corpo ferito.

Dopo la guerra si diplomò all’Accademia di Düsseldorf, dove successivamente gli affidarono la cattedra di Scultura monumentale: “La creatività è il patrimonio di un popolo”; “La creatività è scienza della libertà”; “Tutto il sapere umano deriva dall’arte”; “Ogni essere umano è un artista”; “La rivoluzione siamo noi”. Questo insegnava Beuys, fino a quando non lo licenziarono nel 1972. Ma lui non si arrese e portò il Verbo in giro per il mondo, inventando performance con il coyote dentro una galleria di New York, insegnando l’arte a una lepre morta, piantando querce a Dokumenta di Kassel, boxando contro un televisore acceso. Se ne andava in giro, cercando di riportare l’arte al centro del mondo, perché era convinto che l’arte avrebbe potuto, se non cambiare, quanto meno migliorare il mondo occidentale. L’arte era per lui il pharmakon con cui guarire il corpo ferito della società occidentale contemporanea. Per questo, i suoi mezzi espressivi erano il grasso animale e il feltro. Gli stessi che avevano curato il suo di corpo. Perché se la società era ferita da troppo consumismo, se la società aveva dimenticato il rapporto con la natura, quella società andava curata. E non dipingendo ma ragionando, disegnando ma scrivendo su lavagne teoremi che analizzavano il rapporto tra arte e capitale, uomo e natura, arte e vita.

È stato l’ultimo dei romantici, Joseph Beuys. L’ultimo europeo. L’ultimo tedesco. L’ultimo.

A distanza di trent’anni dalla sua morte (23 gennaio 1986) nessuno ha ancora preso il suo posto. Forse perché, oggi, nessuno crede più che l’arte possa essere la medicina adatta per curare una società malata. Purtroppo, aggiungo io.

 

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by CARLO VANONI:  He was the last romantic, convinced that creativity could heal western society

If there is an artist who, better than anyone else, represented the most extreme effort to return art back to the center of society, it was Joseph Beuys. Born in Krenfeld in 1921, he grew up in Kleve, one of Europe’s most densely-populated areas, a zone of iron and coal mines. As a youth Beuys showed an interest in nature and natural sciences, and entered university to study medicine, but before classes started the war began and he was drafted into the Air Force. Aboard a JU 87, he crashed in the Crimea in the winter of 1943. The soldier who crashed with him died, but Beuys was saved by a group of nomadic Tartars who healed him with a traditional remedy: they coated him with animal fat and wrapped him in felt to restore heat to his wounded body.

After the war, he received a diploma from the Düsseldorf Academy, which then entrusted him with the Chair in Monumental Sculpture. Beuys taught that, “Creativity is the patrimony of a people,” “Creativity is the science of liberty”, “All human knowledge derives from art,” “Every human being is an artist”, and “We are the revolution.” He was fired in 1972. But rather than surrender, Beuys carried his vision around the world, inventing performances with a coyote in a New York gallery, teaching art to a dead hare, planting oaks at Documenta in Kassel, and boxing a live television set. Everywhere he went, he sought to re-locate art to the center of the world, convinced that art should be able, if not to change the western world, at least to make it better. Art for Beuys was a pharmakon with which to heal the wounded body of contemporary western society. His medium was animal fat and felt, the same materials with which he had been saved. If society were diseased by excessive consumerism, if it had forgotten its ties to nature, then society must be healed. He used reason rather than paint, and in place of drawing he wrote on blackboards his theories analyzing the relationship between art and capital, humankind and nature, art and life. Joseph Beuys was the last of the romantics. The last European. The last German. The last. Thirty years after his death on January 23, 1986, no one has yet taken his place, perhaps because no one today believes art can be a medicine to cure a sick society. Unfortunately, I must say.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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